Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto per l’Ordinazione Episcopale e l’inizio del ministero episcopale di S.E. Mons. Vito Piccinonna

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Sei chiamato ad accogliere il dono dello Spirito e a lasciarti travolgere dalla gioia che scaturisce dal Vangelo»

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto per l’Ordinazione Episcopale e l’inizio del ministero episcopale di S.E. Mons. Vito Piccinonna. Cattedrale di Rieti, sabato 21 gennaio 2023Eminenza Reverendissima e cari Fratelli nell’episcopato,

autorità tutte,

care sorelle e fratelli in Cristo,

        ci ritroviamo intorno all’altare del Signore come unica Chiesa per celebrare, ancora una volta, il dono dello Spirito. Un tumulto di emozioni e di sentimenti pervadono il cuore in questo giorno di luce.

Le campane a festa ci hanno condotto in Cattedrale per celebrare un nuovo inizio, una nuova primavera che auspichiamo ricca di primizie.

Lo Spirito Santo desidera tornare a colmare la nostra vita di speranza e di fiducia e lo fa attraverso l’effusione dei suoi doni a un giovane presbitero, don Vito Piccinonna, chiamato dalla Chiesa ad assumere la responsabilità del ministero dell’episcopato.

È un segno di speranza che accomuna in un abbraccio, fecondo di bene, due chiese sorelle, quella di Rieti e quella di Bari-Bitonto.

Colgo l’occasione per salutare con affetto il vescovo Domenico e tutti i fratelli vescovi che si sono succeduti su questa Cattedra, antica e ricca di storia significativa, e che oggi accompagnano con la loro preghiera l’ordinazione episcopale di don Vito.

Abbraccio ciascuno di voi, sorelle e fratelli carissimi, laici, sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi della Chiesa reatina per l’accoglienza e l’affetto riservato a quanti hanno lasciato l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto per essere presenti a questo sacro rito e attestare la propria vicinanza a don Vito.

Non da ultimo la nostra attenzione si volge premurosa a quanti sono impossibilitati a vivere, qui con noi, questa meravigliosa liturgia, in particolare i nostri fratelli ammalati e anziani, tra cui ricordo con affetto i sacerdoti e i degenti in ospedale.

L’episcopato non è una promozione sul campo, ma una chiamata a divenire segno della misericordia con cui il Signore si prende cura del Suo popolo. Esso è un dono alto di cui non si può mai reclamare il possesso, come fosse un diritto acquisito, senza tradirne la bellezza e la fecondità.

In esso c’è la forza trasfigurante del mistero nuziale con cui Cristo ha amato la sua Sposa; c’è un mistero d’amore, consumato sulla croce, che oggi torna a farsi carne nell’esistenza di un uomo chiamato a custodire, amare e servire la Chiesa che è in Rieti, porzione di quella Sposa per cui il Signore Gesù ha donato tutto se stesso.

Caro don Vito, nel consegnarti a questa amata Chiesa, il Signore ti affida i volti e le storie che ad essa appartengono. Per loro ti chiede pazienza, amorevolezza, generosità, santità di vita.

Il Vangelo proclamato ci conduce nella sinagoga di Nazareth dove Luca, con maestria di narratore, ci immerge in una tensione palpabile che si dispiega come al rallentatore: Gesù “riavvolse il rotolo, lo riconsegnò e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui”.

Un gesto che fa seguito a una lettura intensa del rotolo di Isaia, sigillata dalle prime parole pronunciate da Gesù in pubblico: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. L’antica profezia si fa storia.

Gesù incarna in sé quanto profetizzato da Isaia e si pone nel solco dell’attesa messianica, rivelandosi come il consacrato di Dio, giunto in mezzo a noi per condurci a libertà: “Lo Spirito del Signore mi ha mandato ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi”.

È l’annuncio di un evento, atteso e sperato, ma che turba al tempo stesso. Gesù è venuto a liberare l’uomo dalla sterilità del cuore che gli impedisce di generare vita. Egli è qui per chiarire a tutti che il regno di Dio è vita in pienezza, vita che porta gioia, che libera e dà luce, che rende la storia un luogo senza più disperati.

Quanto Gesù annuncia, dice la presenza di un Dio che si schiera, prende posizione, che sta dalla parte degli ultimi e mai con gli oppressori.

Bella l’affermazione di un autore spirituale dello scorso secolo: “Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione” (G.Vannucci).

Gesù non è venuto per riportare i lontani a Dio, ma per portare Dio ai lontani. Uomini e donne senza speranza sono condotti a sperimentare le loro immense potenzialità di vita, di intelligenza, di amore.

C’è una buona notizia nelle parole proclamate da Gesù. La notizia ricca di Vangelo è quella di un Dio che è per l’uomo. Dimentico di se stesso, nella sua infinita misericordia, Egli accoglie le nostre miserie e vi costruisce sopra, mettendo la creatura al centro, ponendola come fine della storia.

Davanti a quella piccolissima comunità di Nazareth, Gesù presenta il sogno di Dio, il sogno di un mondo nuovo. Egli proclama parole di futuro, colme di gioia e di speranza, e ci insegna a vivere guardando all’uomo nel suo bisogno di vita e non nel suo peccato.

Oggi, in questa chiesa Cattedrale, tu caro don Vito, sei chiamato ad accogliere il dono dello Spirito e a lasciarti travolgere dalla gioia che scaturisce da questo Vangelo, una gioia che incanta e rapisce il cuore. Non dare mai per scontato nulla e non perdere lo stupore del vivere di fronte al disegno di Dio.

Ogni mattina, indossando l’anello che ti lega nella fedeltà alla Chiesa a te affidata, senti il respiro del sogno di Dio che torna a riverberare nel tuo cuore.

Un sogno ricco d’amore per i sacerdoti a te affidati, primi collaboratori del tuo ministero, figli e fratelli da accompagnare con paterna sollecitudine.

Un sogno profumato di speranza per il popolo di cui sei pastore, sapendo radicare il tuo ministero in quella intimità orante con il Signore che apre all’incontro e alla disponibilità del cuore verso tutti, “notte e giorno” come afferma la liturgia. La Chiesa che sei chiamato a servire è prima di tutto Sua e nel portarla a Lui ritroverai la sua vera bellezza.

Infine, un sogno abitato dalla gioia che nasce dalla certezza che Lui ti accompagna. Lascia danzare lo Spirito di Dio dentro di te e libero da ogni paura e timore vivi con coraggio le sfide che ti attendono, sapendo essere accanto alle ferite di tutti.

Caro fratello nell’episcopato, desidero concludere questa riflessione consegnandoti un brano preso da un libro, Pilota di guerra, scritto da Antoine de Saint-Exupery. L’autore descrive e riflette su quanto visto nel sorvolare il fronte franco-tedesco all’inizio della seconda guerra mondiale. Quanto ci consegna è fortemente evocativo e lo avverto in sintonia con questo momento:

Stamattina non c’erano che un esercito sconquassato e una folla in frantumi. Ma una folla in frantumi, se c’è una sola coscienza nella quale essa si ricompone, non è più in frantumi. Le pietre del cantiere sono un mucchio disordinato solo in apparenza, se c’è, perduto nel cantiere, un uomo, sia pure uno solo, che pensa a una cattedrale.”

Anche tu porta sempre nel cuore il sogno di Dio per questo popolo, troppe volte segnato da ferite profonde e oggi qui riunito per ri-partire, ri-cominciare con te.

Ti sostenga la preghiera di noi tutti e l’intercessione dei santi che hanno segnato la storia di questa terra: Santa Barbara, San Francesco e il veneratissimo Sant’Antonio da Padova.

Ti avvolga con il suo manto Maria, Madonna del Popolo, e ti rivesta delle gioie, le speranze, le tristezze e le angosce delle donne, degli uomini, soprattutto dei poveri, di questa porzione eletta della famiglia di Dio.

Carissimo don Vito, il sentire genuino di questa gente trovi sempre eco nel tuo cuore di padre.

✠ Giuseppe Satriano, vescovo

Redazione

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