Che cosa sono i Vangeli? È una domanda che spesso si pongono coloro che si avvicinano a Gesù per conoscerlo più a fondo, per approfondire la propria fede oppure per semplice curiosità, essendo Gesù una figura che, in qualche modo, ha lasciato un segno profondo nella storia.
I Vangeli sono testi che raccontano la vita, la predicazione, le opere, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Non sono, tuttavia, semplici biografie nel senso moderno del termine. Gli evangelisti raccontano Gesù a partire dalla fede delle prime comunità cristiane, interpretando parole, gesti ed eventi legati alla sua persona alla luce della tradizione ricevuta, sia orale sia successivamente messa per iscritto.
Questo pone inevitabilmente una domanda: quanto di ciò che i Vangeli raccontano corrisponde esattamente a ciò che è accaduto dal punto di vista storico?
La risposta richiede un lavoro esegetico attento e articolato, che mette in dialogo gli strumenti della ricerca storica, l’analisi letteraria dei testi, lo studio del contesto culturale e religioso del I secolo e la tradizione delle prime comunità cristiane. Non tutto ciò che è narrato nei Vangeli può essere verificato storicamente nello stesso modo, e proprio per questo è necessario distinguere, senza necessariamente contrapporli, il Gesù storico e il Cristo annunciato dalla fede.
Il Cristo annunciato dalla fede è Gesù morto e risorto: un evento in sé sconvolgente, che costituisce il fondamento del kerygma, cioè dell’annuncio dei primi cristiani. Essi giunsero a testimoniare la loro fede in Cristo fino al dono della vita, preferendo affrontare la morte piuttosto che rinnegare ciò che avevano visto e creduto. È questa l’esperienza del martirio: la testimonianza resa a Cristo, anche a costo della propria vita.
Secondo gli studiosi, proprio in seguito alla morte e alla resurrezione di Gesù si diffusero diverse narrazioni sulla sua infanzia e raccolte di «detti» attribuiti al Cristo, chiamati in greco loghia. Tra queste raccolte va menzionata quella che gli esegeti denominano convenzionalmente fonte Q, dal tedesco Quelle, cioè «fonte».
Marco è generalmente considerato il Vangelo più antico, composto probabilmente intorno al 65-75 d.C. Non è quindi una sintesi di Matteo: al contrario, secondo la teoria delle due fonti, Matteo e Luca avrebbero utilizzato Marco come una delle loro principali fonti. Matteo e Luca condividono molto materiale che non compare in Marco. Per spiegare questa parte comune, molti studiosi postulano una fonte perduta chiamata Q (dal tedesco Quelle, “fonte”). Q non è stata conservata e la sua esistenza rimane un’ipotesi ricostruttiva. Giovanni è molto diverso dai tre Vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca), sia per struttura sia per linguaggio e impostazione teologica. Il suo rapporto con le tradizioni utilizzate dai sinottici è quindi più complesso.
E’ importante il riferimento alla Redaktionsgeschichte (“storia della redazione”) in qaunto essa studia proprio il modo in cui ciascun evangelista ha selezionato, organizzato, modificato e interpretato le tradizioni ricevute, in funzione della propria visione teologica e delle comunità a cui si rivolgeva.
Un altro aspetto importante da puntualizzare è che i quattro testi evangelici non si presentano al loro interno come opere esplicitamente firmate dai rispettivi autori. Le formule «secondo Matteo», «secondo Marco», «secondo Luca» e «secondo Giovanni» non costituiscono firme autoriali nel senso moderno del termine, ma appartengono alla tradizione manoscritta ed ecclesiale antica e servono a identificare la forma di tradizione evangelica trasmessa sotto quel nome.
Di conseguenza, l’attribuzione dei quattro Vangeli a Matteo, Marco, Luca e Giovanni non può essere considerata, secondo gli studi storico-critici moderni, una certezza dello stesso tipo di quella che avremmo nel caso di un’opera che contenesse una chiara firma autoriale. Le attribuzioni tradizionali sono molto antiche e hanno un peso storico rilevante, ma vengono valutate criticamente dagli studiosi sulla base di diversi elementi: la testimonianza degli autori cristiani antichi, la storia della trasmissione dei testi, la lingua e lo stile, le caratteristiche teologiche e letterarie delle opere e il loro rapporto con le fonti precedenti.
Pertanto, è più corretto parlare di attribuzioni tradizionali, la cui storicità viene discussa e valutata diversamente dagli studiosi, piuttosto che presentare l’identità degli autori come un dato definitivamente dimostrato dal testo stesso.
Antonio Carbonara
docente di religione cattolica





























































