C’era, nella sera d’agosto allo Sporting Club di Trani, la sensazione di assistere a una lezione di stile più che a un semplice concerto: gli Area Medina, sette musicisti con curriculum e mestiere alle spalle, hanno dato vita a un tributo a Pino Daniele che si è rifiutato di essere mera liturgia commemorativa portati in tour in Puglia da Duo Eventi. La loro performance — colta, appassionata, ancorata alla pratica del musicista che sa ascoltare — ha raccontato la musica di Daniele come un territorio da attraversare, non come un santuario da riprodurre.
Dal primo accordo si capiva che non si sarebbe trattato di una cover-band in senso riduttivo. Carmine Piccirillo alla voce non cerca l’imitazione: piuttosto ne coglie il nucleo espressivo, quella capacità unica di far dialogare napoletanità e blues, confidenza popolare e raffinamento armonico. Lorenzo Stabile al basso e Fulvio Cusano alla batteria reggono il palco con una sezione ritmica flessibile, capace di passare dal groove tagliente al backbeat morbido con naturalezza, mentre Francesco Junior Merola alle percussioni aggiunge quei dettagli tessili che trasformano il groove in paesaggio sonoro. Alessandro Calandri alle chitarre disegna microstorie timbriche, ora bluese, ora funk; Antonello Rapuano alle tastiere colora con sapienza; e Pasquale Ciniglio al sax porta quel fiato che sa rendere omaggio tanto al crooning quanto alla tensione jazzistica.
Il programma ha saputo alternare i totem della discografia danieliana — da “Napule è” a “Je so’ pazzo”, da “Quando” a “I Say I’ sto ccà” — a pagine meno frequentate, riscoperte con gusto e rispetto. È nella scelta di questi brani marginali che la band ha rivelato la sua cifra: non rimuovere l’anima originale dei pezzi, ma restituirla attraverso scelte interpretative personali. Quando l’arrangiamento allargava lo spazio a improvvisazioni, il pubblico non esitava a trasformarsi in coro, confermando che il repertorio di Daniele è patrimonio collettivo, attraversato da memorie private e condivise.
Fuori dall’ordito dei brani, i momenti di parola hanno aggiunto spessore: il riferimento alla parlesia — quel gergo dei musicisti napoletani che Daniele ha portato alla luce — non è stato trivia locale ma chiave interpretativa. Ricordare la parlesia significa ricordare che la musica di Daniele nasce da un humus popolare, da una pratica di strada, e che quel linguaggio è parte integrante del significato dei pezzi. L’aneddoto, narrato con misura, ha reso il tributo più vivo, radicandolo in una tradizione che è anche atto comunitario.
Sul piano esecutivo, i passaggi salienti si sono avuti nei duetti: chitarra e sax che s’intrecciano, basso e voce che si rispondono, percussioni che spalancano nuovi impulsi ritmici. Alcuni momenti hanno raggiunto vette di autentica intensità, dove la tecnica è servita esclusivamente a sostenere l’emozione, non a mettersi in mostra. La band, ricordando che porta in giro questo repertorio dal 1999, appare come un organismo rodato, capace di rinnovarsi senza tradire.
Se c’è un piccolo appunto, è che in qualche passaggio la fiducia nell’eccesso di fedeltà agli originali ha talvolta contenuto la spinta verso arrangiamenti più coraggiosi; ma è una critica lieve di fronte a una serata che ha saputo unire rispetto e libertà interpretativa.
Quando le note di “Yes I Know My Way” hanno chiuso la serata, il pubblico si è alzato in piedi in un applauso che suonava come una benedizione e un grazie. Gli Area Medina non hanno solo suonato Pino Daniele: lo hanno fatto rivivere, dimostrando che le grandi canzoni, se trattate con intelligenza e cuore, continuano a parlare a chiunque voglia ascoltare.
redazione

























































