L’antico lago di Turi: una sorgente di vita

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“…Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…”, è la celeberrima frase del Manzoni scritta nei Promessi Sposi, chissà se oggi una simile frase poteva essere citata in un ‘incipit’ per raccontare una storia o un romanzo ambientato nella città di Turi. Ahimè! questo non sarà mai possibile.
La città di Turi da molti secoli o addirittura da millenni, a poca distanza dall’antico centro abitato, aveva un suo piccolo lago, uno specchio d’acqua dolce presente in una dolina, un avvallamento originato dal carsismo, dove le acque meteoriche convogliavano, andando a riempiere tre profonde cisterne e una sessantina di pozzi, tutti scavati nel terreno con la costruzione delle volti in pietra “a campana”. I cittadini del luogo, da tempi immemorabili, fino agli inizi del ‘900, si portavano in questo straordinario luogo per abbeverare gli animali e per approvvigionarsi di acqua potabile da trasportare nelle proprie abitazioni, utilizzando vari recipienti in terracotta, in particolare con l’uso di “lancelle” di varia capienza.
È doveroso ricordare che nelle proprie case non tutti gli abitanti erano muniti di cisterne dove poter attingere l’acqua per l’uso giornaliero.
A tal proposito in un importante documento custodito nell’archivio di
Stato di Napoli, dal titolo: “descrizione e apprezzo del feudo di Turi”, redatto il 2 marzo 1746, dall’Ingegnere Luca Vecchione, Regio Tavolario del Regno, questi scriveva:
“…..e perfetto aere che in detta Terra vi si respira, come per li cibi sani, e sustanzievoli, si servano dell’acqua piovana, che si conserva e si ripone nelle cisterne che ogni cittadino ha nella propria casa, a differenza della gente minuta che si va a servire in alcune cisterne dell’Università situate fuori della terra in sito molto inferiore, formando in detto luogo un vallato, in cui si raduna in tempo di piove gran copia d’acque, riempendo non meno molte cisterne, o siano artefatte, anzi alle volte mercè la grande abbondanza d’acqua forma uno stagno, ove portono i cittadini e i vicini ad abbeverare gli animali, ciò nonostante non produce cattiva aere, ed oltre a ciò si servono delle acque sorgive, e fluenti che nascono nel territorio o di Serri e Canale in grande abbondanza e buona qualità, però con molto incommodo trasportarla…”
Tuttavia è importante ricordare altresì, che il lago e le cisterne presenti a Turi, sono citate anche in una antica pergamena redatta nel giugno 1174:
“…dalla parte settentrionale degli alberi segnati fino ad un’altra specchia, e da questa specchia gira dalla pariete antica e va diretta nella parte orientale degli alberi incisi, (territori crocesignati) fino alla predetta cisterna, primo confine. Le cisterne sono vicino al luogo di Turi, nel lago dove sono altre cisterne e gli olivi sono vicini allo stesso luogo di Turi vicino lo stesso lago di Turi…”
Alla luce di quanto raccontato, mi piace immaginare l’antico largo dei pozzi di Turi, un luogo a dir poco magico, un’autentica fonte di vita sia per l’ecosistema che per le persone che ci vivevano.
Nei pressi della via per Sammichele, (l’antica croce in ferro), sino agli inizi degli anni ’30, esisteva un ponte in pietra, alto circa 4 metri che attraversava lateralmente il largo dei pozzi. Lungo l’intero fianco vi era un muro edificato con pietre levigate, il quale formava una specie di diga che conteneva le acque. Nei pressi di detto ponte (distributore di carburante), c’era una antichissima cisterna “piscina”, munita di un unico boccaglio in pietra, detta piscina “Vecchia” o “grande”. Sul fondo della stessa c’era una polla d’acqua sorgiva che sgorgava dalle visceri della terra.
La medesima cisterna era formata da due volte a campana l’una su l’altra con boccagli corrispondenti, ed era profonda circa 20 metri. L’Insigne Don Vito Ingellis, arciprete di Turi, nei suoi scritti raccontava con dovizia di particolari che ci volevano due lazzi di traino per toccare il fondo della cisterna.
Vicino alla millenaria cisterna vecchia, c’era un altro pozzo denominato dai turesi “Sant’Oronzo”, chiamato anche “Masiedde”, cioè di Tommaso. Credo che nei secoli, ogni pozzo presente nel largo, ha vissuto e raccontato tante storie di vita. Nel versante dove è ubicata la chiesetta di San Rocco, c’era una scala in pietra che scendeva nel largo dei pozzi. Nel 1884 l’amministrazione comunale di Turi, mise al bando un appalto pubblico per la costruzione della scala in pietra. Il costruttore turese Giuseppe Schettini si aggiudicò i lavori per l’importo di lire 380. La scalinata era composta da circa 13-14 gradini in pietra locale, della lunghezza di 4 metri cadauno.
Il 2-3 settembre 1919 nel territorio del sud est barese caddero copiose e forti piogge, in particolare a Turi l’acqua precipitata fu così tanta che fece alluvionare l’intero paese ed i suoi terreni limitrofi. Le acque meteoriche riempirono l’intero largo dei pozzi, il livello delle acque superò l’antica chiesetta di San Rocco, andando a formare un grande lago.
Nei primi giorni dopo l’alluvione, l’acqua era limacciosa, ma dopo qualche giorno l’acqua divenne limpida. Per poter attraversare il lago che si era formato, alcuni trainieri, con i propri traini si portarono a Polignano e caricarono alcune barche per poter navigare lo specchio d’acqua di Turi.
Dopo giorni di apparente tranquillità, nel largo dei pozzi avvenne un evento idrogeologico a dir poco straordinario che rimase impresso nei ricordi dei turesi. Il testimone oculare fu tale Vito Grazio De Grisantis, classe 1887, un omone alto 1.80 circa, soprannominato “l’acciaffone”, un esperto ‘vaticale’ turese che molti anziani, ancora oggi ricordano, in quanto, ogni anno, durante la festa patronale di Sant’ Oronzo, data la sua attività di esperto ‘trainiere’, puntualmente, era a capo del tiro delle sei mule del carro trionfale del Santo. Questa importante testimonianza, è giunta a noi grazie al prezioso lavoro di ricerca storica, prodotta per decenni dal compianto Don Vito Ingellis, il quale, a seguito dell’alluvione del 1919, con dovizia di particolari raccolse il racconto di Vito Grazio De Grisantis:
“… mentre venivo con il traino dal casino di Don Tito Aceto (attuale casa di Modesto lo Greco, nei pressi di via Sammichele), vidi partire da largo pozzi una tromba d’acqua che andò prima in alto quanto l’altezza del campanile, dopo ricadde facendo un rumore spaventoso. Seguì un boato tremendo, per l’immensa pressione esercitata dall’acqua, si aprì nel terreno una enorme voragine, un capovento, vicino alla piscina nuova. Nonostante la grande forza e la forte pressione dell’acqua, la piscina nuova rimase intatta. L’acqua scomparve in un vortice, si videro sul terreno grosse buche, tutta l’acqua era stata succhiata.”
Nel largo dei pozzi di Turi, a seguito dell’evento idrogeologico, si era aperto un enorme inghiottitoio, comunemente chiamata “Grave”. Il luogo è conosciuto da tutti i turesi, anche per il ricordo del tragico evento avvenuto nel 1979, dove a seguito di annegamento, morì il piccolo Giacomo Savino,
Nella primavera del 1932, la solerte e attenta amministrazione comunale di Turi, composta da persone molto avvedute e illuminate, pensarono bene di far demolire la volta della piscina grande, e questa venne riempita di terra e materiale inerte. Stessa distruzione subì il ponticello che lo attraversava, e con esso, dopo alcuni anni, l’intero sito del largo dei pozzi venne cancellato per sempre.
Lo scempio si era consumato. La vecchia cisterna che con la sua vitale
“polla d’acqua sorgiva”, per millenni, aveva alimentato molte vite, era stata spenta per sempre. Un grave danno a livello storico, antropologico, ambientale e naturale di immane dimensioni, frutto sempre di uomini sprovveduti e ignoranti.
In merito alla distruzione del sito del “largo dei pozzi” di Turi, e per quanto riguarda l’evento alluvionale del 1919, con l’improvvisa apertura della Grave di largo pozzi, chiediamo le dovute e necessarie spiegazioni scientifiche al Prof. Alessandro Reina, Geologo, docente di Geologia urbana presso il Politecnico di Bari, nonchè Direttore scientifico delle Grotte di Castellana.
La grave di Turi: “Sinkhole” il pericoloso fenomeno delle voragini che fa paura
La testimonianza di Vito Grazio De Grisantis oltre ad essere precisa, per la dovizia di dettagli e drammatica per la forte esperienza vissuta, ha un altissimo valore scientifico: costituisce forse la vera prima descrizione di un fenomeno raro ma diffuso in tutto il mondo che si chiama sink hole.
Il sink hole è lo sprofondamento improvviso di una porzione di superficie di terreno. I motivi della formazione di questo fenomeno sono diversi e tutti riconducibili a fattori di carattere geologico. In particolare per quanto riguarda il territorio di Turi le cause per le quali si è verificato il sink hole, vanno ricondotte alla natura carsica del suo sottosuolo. I fenomeni di subsidenza e di sinkholes legati all’evoluzione di forme carsiche avvengono essenzialmente a causa di tre tipi di fenomeni: collassi della volta di grotte preesistenti; crolli graduali delle pareti di doline in evoluzione morfologica; cedimenti dei depositi di riempimento delle doline. La presenza concomitante di bacini endoreici (aree depresse nelle quali si possono raccogliere le acque piovane) è da annoverare tra le cause scatenanti il fenomeno.
Fenomeni simili si sono verificati per esempio con la formazione, in tempi molto lontani, della Grave delle Grotte di Castellana che con il crollo della volta ha permesso il collegamento del mondo sotterraneo con l’esterno.
Prima dell’evento catastrofico raccontato da De Grisantis, la presenza dell’acqua, sfruttata attraverso la realizzazione dei pozzi, aveva determinato un bene prezioso e vitale per i cittadini di Turi. La prolungata presenza e la stagnazione dell’acqua, con la formazione del lago, accumulata dopo le piogge in realtà ha però determinato le condizioni per un’accelerazione del fenomeno di sink hole. Infatti, la parte sommitale dell’inghiottitoio visibile oggi era occupata da una volta rocciosa coperta da sedimenti terrosi alluvionali. La presenza dell’acqua ha aumentato il peso gravante sulla volta rocciosa e allentato l’attrito tra i blocchi della roccia fratturata. Quando la forza esercitata dal carico ha superato le resistenze della roccia è avvenuto il crollo. Particolare interessante che dimostra quanto detto si può notare nella testimoniaza del De Grisantis:…” vidi partire da largo pozzi una tromba d’acqua che andò in alto quanto l’altezza del campanile, dopo ricadde facendo un rumore spaventoso “. Questa circostanza testimonia l’improvviso accadimento legato al crollo della volta dell’inghiottitoio e il riversarsi nel sottosuolo attraverso il canale carsico, verticale e stretto, una enorme quantità di acqua, rocce e terreni. L’impossibilità di smaltire velocemente le quantità di acqua ha determinato un contraccolpo che ha prodotto la tromba d’acqua che andò in alto.
L’episodio e il suo significato ci hanno trasmesso un elemento estremamente importante per la corretta gestione del territorio comunale: il rispetto del territorio. Pertanto certamente sono necessarie verifiche e studi geologici dei luoghi per stabilire l’esistenza o meno di altre voragini. Questi studi consentirebbero inoltre di indirizzare, con maggiore sicurezza per i cittadini, i piani di gestione del territorio e le future costruzioni nell’area. Inoltre non bisogna sottovalutare il pregio della eventuale ricostruzione planimetrica delle opere sotterranee (pozzi) e dei manufatti che hanno contraddistinto i luoghi del passato di vita turese, i quali andrebbero ad impreziosire e a valorizzare la città di Turi.

Stefano de Carolis

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