Didattica a distanza: 4 atenei a confronto nel dibattito promosso da La Giusta Causa

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“La didattica a distanza è anche un’opportunità per l’università del futuro, ma si deve investire sull’innovazione digitale e sulla formazione pubblica”
Quattro atenei a confronto nel dibattito organizzato online da La Giusta Causa

Più investimenti in istruzione pubblica e ricerca, una riflessione sulle opportunità che l’università può cogliere dalla sfida della didattica a distanza imposta dall’emergenza sanitaria, ma anche il rischio di aggravare le diseguaglianze, per la difficoltà di accesso da parte di tutti agli strumenti tecnologici. Su questo si sono interrogati docenti e studenti di quattro università italiane, Milano Bicocca, Brescia, Trento e Bari in un dibattito virtuale a più voci di oltre due ore organizzato dall’associazione politica/movimento culturale La Giusta Causa di Bari e intitolato “Voci lontane, sempre presenti – scuola e università alla sfida dell’emergenza”.
L’incontro, trasmesso in diretta e tuttora disponibile sulla pagina Facebook de La Giusta Causa – con oltre duecento partecipanti e migliaia di visualizzazioni – è stato moderato dal presidente dell’associazione barese, l’avvocato Michele Laforgia, che ha introdotto i lavori sostenendo che “non possiamo permetterci di pensare al mondo nuovo senza un ruolo primario dell’università pubblica, che è la sfida della politica e dello stesso mondo accademico”.
Per farlo, però, servono risorse. “L’investimento in ricerca e università in Italia pre-emergenza Covid è dello 0,3% del Pil, il più basso di tutti i Paesi Ocse. Questa tragedia – ha detto la rettrice dell’università Milano Bicocca, Giovanna Inannatuoni – ci ha messi di fronte ad un dato oggettivo: che la conoscenza è fondamentale, che per superare una emergenza sanitaria c’è bisogno di competenza” e di “collaborazione tra gli atenei, soprattutto sulla ricerca”. Anche il rettore di Bari, Stefano Bronzini, ha auspicato “un investimento in ricerca e lavoro intellettuale, perché le risorse umane sono il centro della conoscenza e della contaminazione dei saperi”.
Maurizio Lembo, insegnante e sindacalista della Flc Cgil, ha ricordato i recenti dati Istat sugli strumenti digitali di cui sono dotati gli studenti del Mezzogiorno: “il 41% delle famiglie del Sud – ha detto – non ha un computer o un tablet a casa”, oltre alla carenza di organico, “in Puglia mancano 2mila docenti e 1900 classi”, e alle “classi pollaio” che alla riapertura delle scuole potrebbero costituire un problema.
Nel dibattito, aperto da Roberto Bellotti dell’Università di Bari, si sono susseguiti gli interventi dei docenti universitari baresi Irene Canfora e Piero Dellino, di Giovanni Pascuzzi dell’Università di Trento, di Marzia Barbera dell’Università di Brescia, di due studenti e dell’editore Alessandro Laterza. “Il futuro delle singole università – ha detto Bellotti – dipende in grande parte dal modo in cui riusciranno ad affrontare questa pandemia, dai servizi che riusciranno ad offrire e dalla qualità della formazione che daranno agli studenti”.

Di seguito una sintesi dei singoli interventi:

Michele Laforgia (presidente La Giusta Causa)
L’emergenza sanitaria ci ha messi drammaticamente di fronte da un giorno all’altro alle aule vuote, costringendo la didattica a trasferirsi online. Ma se è vero che il virus colpisce chiunque, senza distinzione di censo, gli effetti dell’epidemia rischiano invece di aggravare le diseguaglianze, perché non tutti hanno accesso agli strumenti informatici e alla rete. Bisogna affrontare la crisi investendo sulle piattaforme digitali, sulla formazione e sulla ricerca pubblica, che hanno bisogno di risorse non meno dell’industria, del commercio e del turismo. La pandemia ha dimostrato drammaticamente che il nostro mondo non va bene, ma non possiamo immaginare un mondo nuovo senza un ruolo primario dell’università pubblica, che è la sfida della politica e della stessa università.

Roberto Bellotti (Uniba)
Il futuro delle singole università dipende in grande parte dal modo in cui riusciranno ad affrontare questa pandemia, dai servizi che saremo capaci di offrire e dalla qualità della formazione che saremo in grado di dare agli studenti. Questa situazione, in forme diverse, può restare a lungo e tornare in un prossimo futuro. Per questo gli sforzi che stiamo facendo devono diventare sforzi di sistema, per aumentare e migliorare l’offerta formativa e i servizi che offriamo.

Irene Canfora (Uniba)
L’università ha risposto con creatività nella fase della prima emergenza e questo ha creato effetti positivi con novità assolute, una cooperazione tra atenei e la capacità di attirare tutti quegli studenti che prima non seguivano le lezioni, aprendo enormi opportunità che possono diventare una nuova ricchezza. L’università dovrà saper ritagliare alcuni elementi di questa didattica e riproporli per un futuro quando torneremo alla normalità, per esempio gli studenti lavoratori e per quelli che si trovano in situazioni di difficoltà di presenza.

Giovanni Pascuzzi (Università Trento)
L’innovazione didattica non la scopriamo oggi, intesa come innovazione negli obiettivi formativi e nelle strategie didattiche (simulazioni, giochi di ruolo, cliniche legali), nei materiali di supporto alla didattica. Questa può essere l’occasione per riflettere sulle opportunità dell’innovazione che oggi ci viene imposta per l’emergenza. Ci aspetta un impegno molto importante per professori e studenti, sfruttando le opportunità che ci offre la tecnologia.

Maurizio Lembo (segreteria nazionale Flc Cgil)
Recenti dati Istat ci dicono che il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa e al sud questa percentuale sale al 41%. Il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet in casa (al sud il 20%), poco meno di 500mila ragazzi, i due terzi degli adolescenti tra i 14 e i 17 anni hanno scarse competenze digitali, la metà dei bambini non ha una abitudine alla lettura. La didattica a distanza comporta il rischio di un nuovo processo di esclusione dei soggetti più deboli. Se pensiamo alla ripresa, come possiamo immaginare il rientro con le nostre classi pollaio? La Puglia ha la più alta densità densità di alunni per classe d’Italia, con una carenza di organico nella scuola di circa 2mila docenti, mancano circa 1900 classi. E’ necessario un impegno straordinario per far ripartire la scuola in sicurezza.

Piero Dellino (Uniba)
La didattica a distanza ci ha messi di fronte ad alcune opportunità, per gli studenti la formazione di base a costi ridotti e per i docenti finalmente l’alfabetizzazione dei lessici digitali, ma anche davanti a minacce, per gli studenti l’assuefazione passiva, una sorta di ‘nirvana digitale’, e per i docenti l’aumento dell’autoreferenzialità. Restano alcune questioni aperte su cui dobbiamo interrogarci: la didattica a distanza è davvero uno strumento formativo democratico? La formazione online avvicina il giovane ricercatore ai paradigmi del metodo scientifico?

Alessandro Digregorio (studente Uniba)
Questa esperienza ha posto con forza il tema delle diseguaglianze, con il rischio che qualcuno resti indietro nel suo percorso di formazione. Dobbiamo quindi interrogarci anche sugli strumenti di accesso all’istruzione e sulla necessità di una risposta collettiva. Questo è il ruolo della politica, delle istituzioni accademiche, in un percorso partecipativo con gli studenti. E’ necessario rimettere al centro il tema dell’istruzione pubblica, con un deciso cambio di rotta rispetto ai tagli degli ultimi vent’anni. Da questa esperienza c’è molto da salvare ma anche moltissimo da costruire.

Marzia Barbera (Università Brescia)
L’insegnamento a distanza può essere un modo non per intubare ma per preservare la socialità educativa. Raramente mi sono sentita così vicina agli studenti come in questi giorni e credo che questo valga anche per loro. Questo tempo sospeso ci sta servendo molto perché ci aiuta a mettere in discussione il nostro modo tradizionale, quindi può essere un tempo guadagnato.

Alessandro Laterza (editore)
La formazione a distanza non è stata una soluzione studiata, ma la risposta ad una emergenza. Non escludo la prospettiva che questa situazione diventi il pretesto per far sì che le università attivino percorsi di formazione a distanza per ampliare la loro offerta formativa o risolvere alcuni problemi, come la frequenza degli studenti. Questo momento di rottura non deve necessariamente capovolgere il paradigma formativo dell’università fondato sulla didattica in presenza e sulla interazione tra docenti e studenti e degli studenti fra loro. La soluzione all’orizzonte è impiegare questa fase critica per individuare una serie di occasioni e soluzioni che non siamo pensate per sostituire, bensì per integrare e migliorare quello che c’è. Auspico una forte integrazione tra queste modalità di insegnamento e di apprendimento.

Roberto Vitacolonna (studente Uniba)
L’università si è dimostrata pronta a reagire e rispondere a questa situazione emergenziale. L’attivazione di 1500 corsi on line è stata un intervento mastodontico, ma questo processo è stato complesso a causa delle disuguaglianze per le possibilità economiche dei singoli studenti. Il dibattito di questi giorni è proprio sulla eventuale costituzionalizzazione del diritto a internet e alla multimedialità per la difficoltà di usufruire in maniera orizzontale e paritaria ai servizi messi a disposizione dall’università. Altro aspetto è il rischio della de-umanizzazione della formazione.

Giovanna Iannantuoni (rettrice Milano Bicocca)
L’investimento in ricerca e università in Italia pre-emergenza Covid è dello 0,3% del Pil, il più basso di tutti i Paesi Ocse. Questo indica che al di là delle parole non c’è una vera volontà di investire in formazione e ricerca. Questa tragedia ci ha messo di fronte ad un dato oggettivo: che la conoscenza è fondamentale, che per superare una emergenza sanitaria c’è bisogno di competenza. Spero che si possa ripensare il sistema degli investimenti e della distribuzione delle risorse, scarsissime e che ci pongono gli uni contro gli altri, invece la collaborazione tra gli atenei, soprattutto sulla ricerca, è qualcosa su cui dobbiamo lavorare, superando personalismi. Mi auguro che il ruolo che ha oggi la scienza possa far capire che l’università italiana è assolutamente sottofinanziata e che il livello di qualità del nostro sistema universitario è altissimo se lo confrontiamo con gli investimenti. Quando si investirà nella ricerca se non adesso, in un momento in cui è necessario per la nostra stessa sopravvivenza?

Stefano Bronzini (rettore Uniba)
Tutto il sistema nazionale ha egregiamente risposto, ma mi preoccupo che stiamo regalando dati, 40mila contatti al giorno sulla piattaforma che sta utilizzando l’università, a una struttura privata. Vorrei che questo fosse uno dei problemi su cui bisogna interrogarsi.
Covid-19, inoltre, ha messo il dito nella piaga di una situazione di sistema sulla quale da molto tempo ogni singola categoria sta cercando di alzare la voce: sono saltate immediatamente scuola e università, sanità e carceri. C’è stato un abbassamento di finanziamenti impressionante. Non abbiamo una vera interlocuzione col Ministero sulle questioni che stiamo attraversando. Siamo stati lasciati da soli e ci siamo attrezzati.
Stiamo attenti all’equivoco che questa nuova ondata di innovazione passi solo attraverso la strumentazione di bordo. Il dato centrale è capire il ruolo che l’università pubblica deve assolvere. Vorrei vedere un investimento in ricerca e lavoro intellettuale perché le risorse umane sono il centro della conoscenza e della contaminazione dei saperi.

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