Considerazioni psicologico-sociali sulla libertà e la responsabilità in ambito politico (di Gennaro Annoscia)

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La politica, come sfera per eccellenza della decisione, finisce per richiedere l’esercizio della nostra libertà, così come della responsabilità che essa, inevitabilmente, comporta; specie in considerazione degli effetti che le nostre decisioni hanno non soltanto sulla nostra vita ma, soprattutto, su quella degli altri.

 

Il problema è che della libertà, o di una particolare libertà, gli uomini finiscono per accorgersene soltanto quando essa gli viene sottratta, o comunque ne siano privati.

I fascisti cantavano: “Nel fascismo è la salvezza della nostra libertà”. E questo aveva un grande fondamento di realtà, quando a cantare così erano i figli degli agrari della valle padana, terrorizzati dalle richieste di migliori condizioni di vita da parte dei braccianti o dei fittavoli agricoli, o delle nascenti cooperative contadine. La libertà è, infatti, invocata da chi si sente oppresso non soltanto da poteri, ma anche da “pretese” altrui.

Nel corso della storia dell’umanità è accaduto che in particolari condizioni sociali e momenti storici, i cittadini, o almeno la maggior parte di essi, si siano sentiti perduti di fronte alla libertà e al senso di responsabilità che essa comporta. I singoli, pur avvertendo una forte carica di angoscia, rabbia e frustrazione, deresponsabilizzandosi, rinunciano alle prerogative della propria personalità e delegano una fazione, una forza rappresentata da un gruppo omogeneo, incarnato in termini di percezione di massa da un solo uomo, in possesso di determinate qualità specifiche, e questo qualcuno assume la responsabilità per tutti. Il potere e la libertà che ognuno aveva e sapeva di avere in se stesso, in questo caso non sono alienati come nella teorizzazione classica delle democrazie liberali, bensì portati, per così dire “all’ammasso” di quell’unico uomo e della organizzazione che lo sostiene.

A lui, la grande maggioranza, in una sorta di infantilizzazione da “credenti”, va dietro come i bambini del pifferaio della fiaba, fiduciosi di essere condotti fuori dai guai. L’estrema semplificazione e manipolazione nella interpretazione della realtà, la banalizzazione sloganistica, il rifiuto della complessità a vantaggio di un trasferimento all’esterno della soluzione dei problemi in atto, della cui responsabilità si accusa un capro espiatorio, in funzione di incarnazione del male, assolvono a tutto il resto, fungendo da impalcatura ideologica. Questa dinamica conduce, inevitabilmente, alla fine della libertà e alla conseguente dittatura.

Le dittature nascono, infatti, quando una moltitudine dà la propria investitura al dittatore e al direttorio che esercita funzioni dittatoriali.

Dobbiamo augurarci che la gente non perda mai il senso del valore della propria libertà, e abbia sempre presente che ciò che con la dittatura si perde, si riconquista solo col sacrificio e col sangue.

Prima o poi, infatti, tramite l’intervento di fattori esterni, o esclusivamente per furore di popolo, colui che si era impadronito della nazione, rendendo succubi quanti hanno, essi stessi, abdicato ai loro poteri, osannandolo; nel momento in cui gli impulsi aggressivi nei suoi confronti, tacitati e compensati da questa forma di identificazione, tornassero a farsi sentire, riverserebbero su di lui tutta l’aggressività mortifera di cui sono tornati ad essere capaci.

Il grado di modernità di una società autenticamente democratica si misura, tuttavia, dalla sua capacità di sapere tenere a distanza la pretesa assolutizzazione interpretativa del “capo”. La possibilità della libertà consiste, infatti, nell’avere una sua molteplicità.

Gennaro Annoscia

 

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