«La Gabbianella e il Gatto» in proiezione al Multicinema Galleria di Bari

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Un gabbiano e un gatto, il bestseller mondiale dello scrittore cileno Luis Sepúlveda («Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare») e la poesia del regista e animatore Enzo D’Alò: era il 1998 e «La Gabbianella e il Gatto», al cinema, fu uno di quei film che segnò intere generazioni. Un caso clamoroso, in un’epoca dominata dalla Disney: oggi è ancora il maggiore incasso nel cinema d’animazione nostrano. Uscì durante le feste di Natale e totalizzò al box office oltre 20 miliardi delle vecchie lire. Per questo motivo «La Gabbianella e il Gatto» è tornato in sala in questi giorni, al Multicinema Galleria di Bari (sabato 23 marzo alle 16,45, domenica 24 doppio spettacolo alle 16,45 e 18,15), distribuito da CG Entertainment in collaborazione con RTI, Infinity e con UniCi Unione Cinema. Per quei bambini che nel 1998 non erano nati, e che ora potranno innamorarsene.

 

La storia è di un’attualità sconcertante. Racconta di Kengah, una gabbiana avvelenata da una macchia di petrolio nel mare del nord, che riesce ad affidare in punto di morte il proprio uovo al gatto Zorba (la voce è di Carlo Verdone), strappandogli tre promesse: quelle di non mangiare l’uovo, di averne cura finché non si schiuderà e di insegnare a volare al nascituro. La gabbianella orfana viene battezzata Fortunata e si trova di fronte uno strano compito: quello di imparare a conoscersi e capire di non essere un gatto, prima di imparare a volare. Al fianco degli amici felini, Colonnello, Segretario, Diderot, il giovane Pallino e ovviamente Zorba, Fortunata si troverà a dover fronteggiare il pericolo rappresentato dai ratti che aspettano l’occasione di prendere il potere e proclamare l’avvento del Grande Topo (voce di Antonio Albanese). Lo stesso Sepúlveda è la voce narrante.

«Il libro di Sepúlveda è per tutti e il film ancora di più – disse 20 anni fa il regista napoletano Enzo D’Alò, presentandolo alla Mostra del Cinema di Venezia –, è una grandissima metafora sul problema della diversità, sempre più centrale nella nostra società». Il budget della produzione di Cecchi Gori (10 miliardi) fu straordinario: 200 artisti e tecnici crearono 1200 scenografie, 220mila i disegni necessari per animare i 75 minuti del cartoon. La sceneggiatura di D’Alò e Umberto Marino ebbe l’approvazione dello stesso Sepúlveda.

Ufficio stampa Multicinema Galleria 

redazione

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