All’ombra dell’Antica “Preule”, la vite di singolare bellezza

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Spesso si dice che per ritrovare i veri valori, occorre ripartire dalle proprie radici. Tale affermazione per amore e volontà verso le proprie origini, i fratelli Inglese di Canosa lo hanno realizzato.

 

 

 

Franco e Dino sono due giovani imprenditori canosini che già in passato, con successo, si sono posti in evidenza nel ramo della ristorazione, e nella creazione di un azienda agricola di trasformazione alimentare. Questa volta con altrettanto coraggio hanno inaugurato all’interno di uno splendido palazzo gentilizio di inizi ‘800 un “caffe letterario” del tutto atipico che funge anche da breakfast lunch e dinner bar, denominato “la Préule”. L’antico palazzo era di proprietà della famiglia Caporale, ed è ubicato nel corso Garibaldi di Canosa di Puglia (BT)

Per i non addetti ai lavori è necessario un minimo di preambolo per comprendere la scelta coraggiosa fatta per l’uso di questo termine utilizzato nel dialetto arcaico canosino, il quale potrebbe sembrare di origine francofona o ispanica ma altro non è che una parola desueta che incuriosisce e stimola  la necessità di conservare e valorizzare la memoria delle proprie origini;  la lingua non scritta è un bene anch’esso da tutelare, e in essa ci specchiamo e ci riconosciamo nella nostra quotidiana originalità.

La pianta della vite, antica quanto il mondo, nella nostra Puglia viene denominata in vari modi, attinenti sia alla sua altezza che al suo utilizzo in agricoltura. Può avere i ceppi molto bassi, chiamati “ad alberello”, di media altezza chiamati “a spalliera”, oppure con l’altezza di circa due metri, “a tendone”. Ma quando la vite è fuori misura, e va oltre i due metri e più,  assurge ad una funzione architettonica e decorativa tutta da scoprire, “la prèule”. Questo pergolato era presente nei larghi, nelle piazzette e davanti alle facciate delle antiche costruzioni dei nostri  millenari centri storici, per ombreggiare le caldi e roventi estati del nostro sud, luogo dove vivere i momenti  di aggregazione familiare e sociale, ricchi dei tanti racconti di vita, delle problematiche, degli  scambi di idee, momenti indelebili che fissavano le giornate in una alchimia dei cinque sensi,  impossibile da cancellare, anzi tutto da rievocare e tramandare alle future generazioni.

Sulla difficoltà di definizione di “dialetto” non si ha un significato univoco, come precisato nel dizionario di linguistica (a cura di Gian Luigi Beccaria), dove è detto che “non esiste un valore semantico univoco ed assolutamente non ambiguo [di questo termine], né a livello di uso comune, né a livello vocabolaristico, né a livello di impiego scientifico.” In generale, al termine si riconoscono due diverse accezioni: varietà di una lingua e lingua contrapposta ad un’altra.

Il termine dialettale canosino “préule“, come riportato nell’opera del maestro Giuseppe Di Nunno “Sulle vie dei ciottoli del dialetto canosino“, trae le radici linguistiche dal latino classico pergula” dell’Antica Roma. Infatti già l’antico agronomo Columella, ed il naturalista Plinio il Vecchio (Como 23 – Stabia 79 d.c) nell’opera Naturalis Historia, al Libro XIV, par. 11 descrive le pergole dell’Antica Roma: vidique iam porticus, villas et domos ambiri singularum palmitibus ac sequacibus loris. quodque memoria dignum inter prima Valerianus quoque Cornelius existimavit, una vitis Romae in Liviae porticibus subdiales inambulationes umbrosis pergulis opacat, eadem duodenis musti amphoris fecunda.

Traduzione a cura della professoressa Giulia Giorgio docente di Lettere del Liceo Statale “E. Fermi” di Canosa: “E vidi anche che portici, ville e case erano circondate da viti e tralci rampicantidi singolare bellezza; questa cosa, degna di memoria, tra le (altre) prime cose, Valeriano e anche Cornelio ammirarono; a Roma, un’unica vite nei portici di Livia rinfresca le passeggiate all’aria aperta con ombrose pergole; la stessa (vite) è feconda per dodici anfore di vino nuovo.”

La pergola, come riporta il Dizionario Palazzi del ‘900, è costituita da un “ingraticolato di pali e similari a foggia di volta, sopra il quale si mandano i tralci della vite o altre piante rampicanti”, compagna dell’uomo nell’architettura dei giardini o “viridaria” nelle ville di Pompei, citate da Cicerone.

La pergola “prèule” del nostro palazzo Caporale, in passato aveva ispirato alcuni versi dialettali:

A la Chjise de Sanda Teresa, a nu lète
anghianénne la scalenète larghe de prète,
stèvene tanda suttène de sore e de frète,
cu palazze granne de don Maure Capurèle,
e rète rète stadde e cavadde de ze Mechèle,
ma en mezze stè la prèule de la scalenète
ca da nu lète all’àute ò embannète la strète,
da quanne passève zà Addulurète e Mariano
a la scalenète andòche del doge Veneziano.

Alla chiesa di Santa Teresa, su un lato

salendo la grande scalinata in pietra,

c’erano molti sottani 1 abitati da sorelle e fratelli,

con il palazzo grande di Don Mauro Caporale,

e in fondo c’erano stalle e cavalli del signor Michele,

ma in mezzo a tutto questo c’è la prèule2 della scalinata

che da un lato all’altro ha coperto la strada,

da quando passava la signora Addolorata e Mariano

fino alla scalinata antica del doge Veneziano.

Oggi la pergola dell’uva di Caporale, è ritornata a nuova vita non solo dal punto di vista enogastronomico pugliese, ma è divenuta simbolo del dialetto locale, patrimonio culturale immateriale da valorizzare e tutelare. Con i suoi tralci l’antica pergola sapientemente recuperata, accoglie uno squarcio di vita vissuta, rievocando l’antico “largo” o piazzetta canosina, con uno spaccato culturale dai variegati sapori, cromie, e raffinatezze d’altri tempi, avvolti in una splendida cornice architettonica di pietra pugliese, tra archi di tufo che diventano un piccolo ma straordinario museo a cielo aperto.

La “preule”, vuole preservare e stimolare chiunque lo voglia, all’utilizzo e alla valorizzazione demo-etno-antropologica del dialetto locale, riportando alla memoria la nostra lingua di un tempo, con l’auspicio che i giovani se ne innamorino, grazie anche all’importante contributo da parte della scuola, facendolo divenire la nuova fucina di un risveglio delle coscienze.

  Nicola G. Del Vento

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