Al via il Bifest 2017 con l’anteprima “La tenerezza” di Gianni Amelio

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È con Renato Carpentieri, Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi il film d’apertura del Bif&st 2017, che sarà proiettato, in anteprima mondiale, domani alle 20:15 al Teatro Petruzzelli. 

Domattina la prima master class con protagonista il regista Andrei Konchalovsky. 

Domenica lo speciale appuntamento della sezione “Cinema e Scienza” con la proiezione, al Galleria alle 16.00, de “Lamerica” di Gianni Amelio, seguita dall’incontro dedicato al terribile lavoro di riconoscimento delle salme dei migranti ripescate nel Mediterraneo per dar loro un’identità. Alla discussione parteciperà l’anatomo patologa prof.ssa Cristina Cattaneo con Giuseppe De Mola di Medici Senza Frontiere  e con il Presidente della Regione Michele Emiliano. Modererà l’incontro Franco Marozzi.

Cristina Cattaneo, il medico legale che vuole dare un nome ai migranti morti Interpretare i segni sul corpo delle persone. L’anatomopatologa più famosa d’Italia racconta la sua ultima sfida: quella di creare una medicina legale umanitaria  di Letizia Gabaglio per LʼEspresso L’anatomopatologa più conosciuta d’Italia, la scienziata che ha contribuito a risolvere molti casi di cronaca nera ma che oggi ha un nuovo drammatico compito: dare un nome ai migranti che muoiono nel Mediterraneo.

Cristina Cattaneo è famosa, ha scritto libri, ha interessato i giornali. Ma, soprattutto, è riuscita a far sì che il Parlamento votasse una legge che pone l’Italia all’avanguardia in Europa. Una norma grazie alla quale è più semplice e veloce mettere insieme le informazioni sulle persone scomparse con quelle sui cadaveri senza nome. E il lavoro di Cattaneo e del suo laboratorio (Labanof) oggi è preso come riferimento in Europa. A partire da un’idea tutta sua. Si chiama Risc: una scheda pensata per permettere la raccolta dei dati più rilevanti di un cadavere – cicatrici, segni particolari, otturazioni – che vengono trasmesse a una banca dati nazionale, dove i dati sono messi in relazione a quelli relativi alle denunce di scomparsa. L’Italia è il primo paese europeo che ha realizzato un database del genere, e tutto grazie alla triangolazione potente fra Cattaneo, il programma “Chi l’ha visto” e Penelope, Associazione nazionale delle famiglie e degli amici delle persone scomparse. (…) Un cadavere senza nome è una storia che non si conclude: capire la causa della morte, stabilire nel caso di un omicidio chi potrebbe averlo commesso, ricostruire gli ultimi momenti di vita è importante, ma senza identità è come se il racconto fosse incompleto. E la battaglia per la costituzione di un database delle persone scomparse si può vincere solo uscendo dai laboratori, questo la ricercatrice lo ha capito da subito, e così una decina di anni fa ha deciso di unire le sue forze con la televisione e i parenti delle vittime. (…) Poi è arrivata la Croce Rossa Internazionale che le ha chiesto di organizzare una rete fra le autorità che si occupano di immigrazione nei paesi del Mediterraneo. La richiesta si è fatta più pressante dopo la strage di Lampedusa dell’ottobre scorso. «Quell’episodio, proprio per la sua immensa tragicità, ha scatenato la solidarietà di molti e spinto le autorità a muoversi in diverse direzioni. Anche in quella di facilitare il riconoscimento delle persone che hanno perso la vita», conferma Cattaneo: «Il problema però sono i piccoli naufragi, quando scompaiono poche persone, o quando uno o due migranti scappano dai campi di accoglienza. Tutti hanno il diritto ad avere un nome: l’autopsia deve essere fatta bene e i segni devono essere raccolti e schedati, sempre». Con questa idea in testa Cattaneo ha chiamato a sedersi intorno a un tavolo i rappresentati di Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, dei paesi del Maghreb, della Libia e ha dato il via a una collaborazione per istituire sistemi come la Risc a livello internazionale. Per cui, per esempio, se una persona scompare in Tunisia sia possibile cercarla negli archivi dei cadaveri senza nome di Italia o Francia. (…) Tutto questo lavorio lei lo chiama medicina legale umanitaria, e sta diventando una fetta sempre più importante di questa professione. Così il Labanof è stato chiamato dal comune di Milano per aiutare psicologi e psichiatri a valutare le storie dei rifugiati politici, delle persone che richiedono asilo perché riferiscono di aver subito torture nel paese di origine. «Il nostro compito è quello di verificare la coerenza fra i segni che possiamo riscontrare sul corpo e il racconto», spiega Cattaneo: «È un compito difficile e delicato: perché l’esame sui viventi deve essere minimamente invasivo e perché di alcune culture conosciamo molto poco, compresi i metodi di tortura. Cosa sappiamo noi degli effetti di iniezioni sottocute di lime e peperoncino ripetute per mesi? Non c’è letteratura a riguardo». In Italia il Labanof è l’unico laboratorio di medicina legale a fornire questo servizio che già oggi è il 30-40 per cento delle sue attività. In genere la certificazione viene richiesta a un medico dell’Inps o della Asl.

«Ma il medico legale è più idoneo perché il suo mestiere è proprio quello di leggere e interpretare i segni sul corpo delle persone», sottolinea l’anatomopatologa. Che ci tiene a mettere in luce un altro dei compiti del suo laboratorio: «Da molti anni il nostro Istituto collabora con la clinica Mangiagalli di Milano, dove vengono portate le vittime di stupri e abusi sessuali. Da lì, appena arriva una paziente, ci chiamano. Per riuscire a capire fin da subito cosa è successo», racconta: «Perché ci sono problemi davanti ai quali non possiamo chiudere gli occhi: noi medici legali sappiamo leggere i segni e, sulla base di questi, ricostruire delle storie. Una capacità che dobbiamo mettere a disposizione di chi ne ha più bisogno».

di Antonio Carbonara

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