‘La Corruzione Spuzza’, saggio di Raffaele Cantone e Francesco Caringella

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‘La Corruzione Spuzza’, libro edito da Mondadori, dal 4 aprile scorso in vendita nelle librerie italiane. Saggio sapientemente scritto a quattro mani da Raffaele Cantone, Presidente dell’ANAC, Autorità Nazionale Anticorruzione, e dal barese Francesco Caringella, Presidente di sezione del Consiglio di Stato, organo di rilievo costituzionale della Repubblica Italiana.

di Stefano de Carolis

Molto si è scritto sulla corruzione in Italia, ma questo libro affonda le sue radici  nella storia professionale dei due autori.

Raffaele Cantone e Francesco Caringella, impegnati da oltre vent’anni come magistrati penali nell’azione di contrasto al fenomeno della corruzione, oggi, proseguono le loro battaglie contro tutti quei fenomeni corruttivi, vigilando istituzionalmente, sulla legittimità e correttezza degli atti e dei comportamenti delle pubbliche amministrazioni.

Punto di partenza della loro riflessione è l’analisi della corruzione oggi, come mostrano le inchieste su “Mafia Capitale” e sul “Mose”, diversa dal passato, in quanto si è strutturata a sistema pervasivo e tentacolare, con la creazione di organizzazioni criminali attraverso cui, politici, burocrati, imprenditori e mafiosi perseguono gli stessi obiettivi.

I soldi intascati dai corrotti, significano opere pubbliche interminabili, edifici che crollano alle minime scosse di terremoto, malasanità, ambiente violentato e politica inquinata. E’ necessaria, a dire degli autori, una convinta prevenzione legislativa, amministrativa e culturale, ma soprattutto la ribellione di ognuno di noi di fronte a tanta illegalità.

Intervista a Francesco Caringella

Caringella, dai romanzi noir ad un saggio di impegno civile. Come nasce questa nuova esperienza?

«Mia madre, scomparsa da pochi giorni, negli ultimi mesi, da persona curiosa intellettualmente, mi chiedeva notizie su problemi inerenti giustizia e processi. Allora ho capito che c’è una asimmetria tra la voglia di conoscere che la gente ha e le informazioni spesso disponibili: noi giuristi non ci facciamo capire, il linguaggio delle sentenze è complesso. Proviamo allora a spiegare i problemi della giustizia ai non addetti ai lavori per renderli comprensibili».

Come è nata la sintonia con Raffaele Cantone?

«Ci siamo conosciuti per caso, partecipando ad una commissione per il codice degli appalti pubblici. L’affinità è stata immediata per la semplicità di Raffaele, unita al forte rigore istituzionale. Dopo il primo incontro gli ho proposto di scrivere libri giuridici, ma anche questo saggio».

 Con che obiettivo?

Per spiegare la malattia sociale della corruzione, un fenomeno che avvelena i pozzi della nostra società».

Il titolo richiama una citazione di papa Francesco?

«È una frase pronunciata dal papa a Scampia: puntualizzava che chi ha dentro la corruzione è indegno di essere cristiano. Questa frase aspra riassume il senso dell’opera: non una invettiva contro la politica, ma un approfondimento  autocritico sul sonno della società civile e della coscienza individuale. I cittadini sono complici della corruzione, sottovalutano questo flagello, mentre questa puzza rende più nero il futuro dei nostri figli».

Il termometro della corruzione che Italia rivela?

«Ci rifacciamo al verbo inglese “to desert” di crisi delle università e della fuga dei cervelli, o delle “spintarelle”, fotografiamo una nazione che diventa sempre più un luogo abbandonato, non attrattivo nemmeno per gli stranieri».

 Che strade indicate per uscire dall’attuale impasse?

«Tre pilastri: una repressione più efficace, con processi più brevi e pene effettive; la prevenzione amministrativa, con nuove regole, meno burocrazia e più trasparenza. Poi un percorso educativo: la mafia e la corruzione non combattono solo nelle aule di giustizia ma tra i banchi di scuola e tra le mura di casa, educando figli e familiari a valori all’opposto della corruzione».

Con che armi si combatte la corruzione?

«Abbiamo il coraggio dell’ottimismo, le energie  sane nella società ci sono. Ecco i nostri tre punti: la legge, l’etica e la convenienza. Bisogna rispettare le norme, dare valore ai precetti in famiglia e nella società, e riscontrare come combattere la corruzione è utile a tutti. Una tangente pregiudica il nostro bene individuale, e rende le strade meno sicure o gli ospedali più poveri e con meno posti letto».

Il titolo richiama l’efficace espressione indignata con cui il Papa nel 2015 ha descritto la corruzione. Il suo invito alla ribellione di tutti noi è un elemento imprescindibile in questa battaglia?

«Sì perché finora l’errore che è stato compiuto è pensare che la corruzione possa essere combattuta essenzialmente con le armi dei processi e della giustizia. Tuttavia la corruzione non è un problema che riguarda i singoli comportamenti, è un problema di sistema, è una malattia generale e quindi il contrasto deve passare necessariamente attraverso un momento di prevenzione ma ancor più di educazione. Dobbiamo passare dalla cultura delle conoscenze, delle amicizie e delle raccomandazioni, alla cultura dei meriti, della legalità e delle competenze».

Lei sostiene che la corruzione non è solo immorale, ma anche antieconomica. Come farlo capire alle persone?

«Diceva il giudice Falcone  che la mafia e la corruzione, che lui considerava  a ragione  due facce della stessa medaglia, due malattie della società, si combattono non nelle aule di giustizia ma tra  i banchi di scuola o tra  i muri delle case di ognuno d noi. Voleva cioè dire che noi cittadini mentre abbiamo paura del topo d’appartamento, del furto d’auto, della rapina per strada, che toccano i nostri interessi individuali, non abbiamo paura della tangente in tasca  al politico perchè  crediamo che tocchi l’interesse  pubblico, i soldi pubblici, e cioè i soldi di nessuno. Invece i soldi pubblici sono soldi nostri. La gente lo deve capire. Io sono assolutamente convinto che la corruzione non sia un reato contro la pubblica amministrazione ma contro i singoli individui e le singole famiglie che per effetto della corruzione hanno strade meno sicure, più morti negli ospedali, università allo sbando, ragazzi costretti ad andare all’estero per trovare lavoro. Quindi la corruzione significa peggioramento della vita quotidiana di ognuno di noi e soprattutto un furto di futuro ai danni dei nostri figli».

Lei sottolinea  come la  corruzione si sia trasformata in questi anni, diventando difficile da individuare. Il fenomeno sta diventando liquido così come la società odierna descritta da Bauman?

«Certo, perché si nasconde meglio. Non c’è più conflitto di interessi, prima corrotto e corruttore erano soggetti tra loro diversi che stipulavano un contratto illecito, come il politico e l’imprenditore. Adesso invece sono componenti di un’organizzazione comune, di un’associazione che persegue il medesimo interesse. Per questa ragione in molti processi si contesta insieme alla corruzione anche l’associazione. Corrotto e corruttore non sono controparti ma componenti di un unico sodalizio che diventa quindi più invisibile e più pericoloso».

 Da Mani Pulite ad oggi è tutto peggiorato  o c’è stato  qualche progresso?

«Io non credo che sta peggiorando. Anzi, voglio sottolineare che il libro si conclude con due righe a cui tengo moltissimo con le quali io e Cantone diciamo che ogni pagina del testo è animata dal coraggio e  dall’ottimismo. Noi crediamo che la lotta alla corruzione sia possibile, sia già iniziata. I numeri della corruzione sono preoccupanti ma qualche sintomo di miglioramento c’è. La società civile ha una consapevolezza della corruzione certo più matura rispetto ad allora, quindi non è vero che da Mani Pulite ad oggi la situazione è peggiorata. Diciamo piuttosto che non c’è stata quella ribellione che quell’inchiesta giudiziaria avrebbe potuto scatenare. Per questo Mani Pulite non  ha  cambiato le cose. Un’indagine può  creare  le  premesse di una ribellione, di una rivolta della società, ma non può da sola risolvere il problema. Questo libro certamente non è una soluzione, però è un invito alla riflessione, una miccia da accendere per far capire a tutti  noi che occorre prendere consapevolezza della corruzione. La mafia e il terrorismo abbiamo iniziato a sconfiggerli quando la gente ha capito la pericolosità e si è ribellata. Con la corruzione è possibile la stessa cosa>>.

Lei parla di ottimismo. In tanti, al contrarlo, sono  pessimisti e sostengono che la corruzione sia nel nostro dna di popolo latino.

«Questi sono pregiudizi che vanno superati, altrimenti dovremmo abbandonarci al pessimismo più globale. Io vorrei sovvertire una vecchia, bellissima frase di Flaiano che diceva: Gli italiani, questo popolo di santi, navigatori e poeti e poi aggiungeva con i puntini di sospensione amici, fratelli, cognati… Io non credo che gli italiani, i latini, siano persone prive di etica e prive di legalità. Credo però che occorra capire il significato di etica. Noi abbiamo molto forte l’etica nella famiglia, crediamo di avere dei doveri morali nei confronti dei nostri figli. E questo è giusto. Ma non esiste solo l’etica familiare, esiste anche quella pubblica, quella sociale. Noi italiani abbiamo una morale fortissima ma dobbiamo capire che non possiamo limitarla solo al campo degli affetti».

 Vede un cambio di mentalità nelle nuove generazioni?

«Io credo che per le nuove generazioni abbiamo grandi opportunità e grandi pericoli dati dalla società dell’informazione. Questa società consente ai giovani di avere notizie e contatti infinitamente superiori, ma c’è un problema di selezione. Non possiamo pensare che i ragazzi acquisiscano notizie senza il consiglio e l’indirizzo dei genitori e delle scuole. Richiamando ancora Falcone, credo che la vera scommessa sia quella scolastica. Gli uomini del domani devono essere formati da una scuola che non abbia come fine solo la trasmissione del  sapere  ma  anche quella dei valori, dell’etica, della meritocrazia e della legalità. Io credo nei giovani».

Caringella, mette da parte il noir per scrivere un saggio. E dice pure che è il libro di cui va più fiero. Perché?

«Perché sono padre di quattro figli, e credo che fra i libri che ho scritto questo ha una ambizione pedagogica specifica: dare un piccolo, modesto e magari insufficiente contributo per fare capire ai ragazzi la gravità di questa malattia che chiamiamo corruzione».

Uno dei problemi della corruzione è che è talmente permeata nella quotidianità che è percepita come qualcosa di distante, di poco interesse per il cittadino. Si pensa a Mafia capitale, o allo scandalo tangenti al Petruzzelli, come a qualcosa di estraneo.

«Lo spirito del libro è proprio questo. Noi cittadini abbiamo più paura del topo di appartamento o del furto dell’auto semplicemente perché sono reati di prossimità che toccano il nostro patrimonio. La bustarella nella tasca del politico ci sembra un fatto lontano, che tocca il denaro pubblico e non il nostro. Invece quel denaro è nostro, la corruzione peggiora la nostra vita quotidiana. Significa avere strade meno sicure, ospedali con meno cure e più morti, abitazioni che crollano dopo un terremoto, università allo sbando, cibo contaminato. La corruzione è un reato contro l’interesse dell’individuo prima che pubblico. Reagire è giusto eticamente, è conveniente per tutti».

Il suo discorso parte dal potente rimprovero di papa Francesco.

Con una sola parola nuova è riuscito a contenere qualcosa che gli italiani danno per scontato.

«Quella parola, “spuzza”, è uno schiaffo. Papa Bergoglio mi piace per la sua semplicità e l’immediatezza che lo rendono vicino alle persone comuni. Più che un neologismo quel termine è un bergoglismo, forse il più famoso dei suoi. Ci vuol far capire che la corruzione è il contrario dell’umanità, è la negazione dell’umanità. Il libro che ho scritto con Cantone però non è un’invettiva contro la politica e la burocrazia, ma un’autocritica sul sonno della società civile e della coscienza individuale».

 Cantone, appunto. Il fatto che in Italia ci sia un’Autorità nazionale anticorruzione non è forse un segno emblematico della portata del problema?

«Sicuramente ci fa toccare con mano il fatto che la corruzione non è un problema episodico, ma una malattia del sistema che ha bisogno di risposte istituzionali appropriate. E poi ci fa capire che la lotta non passa dalla repressione penale, dai processi e dalle condanne, ma si fa attraverso la prevenzione. Ecco, sono questi gli strumenti: prevenzione ed educazione. L’organizzazione della pubblica amministrazione è un problema, perché è caratterizzata da un caos di oltre 200mila leggi, tempi biblici e procedure complesse. Le regole poco chiare e le procedure opache sono l’ambiente naturale della corruzione. C’è quindi bisogno di una rivoluzione amministrativa».

di Stefano de Carolis

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