SKÀUSCHÊ, o La Murgia del ‘70

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Nello spettacolo di Roberto Corradino, da lui diretto, sceneggiato, interpretato e presentato il 4 marzo al Kismet, si viaggia verso il passato, verso una terra al passato.

La storia di un pastorello, la “scheggia”,  ceduto in affitto e infine “liberatosi”in un gesto di autodeterminazione, è in effetti la storia della Murgia, di qualunque nostra Murgia, nonostante tutto ancora presente. Filo conduttore è il dialetto, su cui Corradino tesse le diverse voci (mirabilmente rese), dalla nonna al massaro, attraversando litanie e canti locali. Un dialetto, come dice lui stesso, duro, forte, in cui anche i colori sono concretamente espressi con suoni forti (“biang” per il bianco) e il blu non esiste se non come “il colore del cielo”. Il superamento della barriera linguistica, o, meglio, l’inevitabilità dello spettacolo in dialetto, è una delle chiavi artistiche dello spettacolo. L’altra è indubbiamente data dalla catarsi di una storia che è la nostra storia e che (peccato che se ne sia parlato poco nell’incontro tenutosi dopo lo spettacolo) si ripete in altre versioni; basti pensare al caporalato delle campagne pugliesi (e non solo), ai migranti soggetti alla spietata gestione criminale del lavoro stagionale. E non potrebbe essere diversamente, poiché l’impegno di traduzione della realtà nella chiave etnica, che comincia già con Pasolini e Sciascia, non è mai disgiunto da una lettura ideologica, sociale, politica.

Lo spettacolo, già presentato in passato, è modulato, come Corradino stesso spiega, in base al “calore” della platea; la sua durata, quindi, varia col variare del pubblico, che, evidentemente, in questa serata di un’ora e mezzo al Kismet, ha mostrato una sensibilità particolare, espressa anche nelle risate amare a scena aperta e con gli entusiasti applausi finali. Perché, in effetti, ciò che ci colpisce veramente in quest’opera è la capacità di riuscire a renderci partecipi, attoniti, consapevoli spettatori di noi stessi, di un mondo che forse non conosciamo direttamente, ma che ci portiamo dentro atavicamente. E’ questo il teatro. Siamo stati, nostro malgrado, malgrado qualche parola non comprensibile, malgrado la voglia di passare un sabato sera spensierato, coinvolti nella drammaticità di quello che ogni giorno guardiamo, senza realmente vedere.

di Gianfranca Stornelli

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